"Fidanzamento"...e il Medioevo

araldo
araldo

May 6th, 2006, 6:01 pm #1

Il patto di fidanzamento era assai importante nel mondo antico.

«Un giuramento o una promessa di matrimonio» scrive Evan Hadingham «acquisivano una particolare serietà se il patto veniva sigillato stringendosi le mani attraverso un foro in una pietra.” «Una pietra molto suggestiva per un grosso foro nel centro» aggiunge Aldo Tavolaro «sorge in un remoto campo in contrada S. Croce, a Bisceglie, e somiglia a una pietra, pure bucata, che si trova nella Contea di Antrim in Inghilterra, e che i fidanzati del luogo usano per sancire la loro promessa di matrimonio dandosi la mano attraverso il foro».
Nel Salento leccese esiste un megalite: il nemanthol (pietra forata). Un esemplare è posto al centro della chiesa di San Vito, una chiesina di campagna a Calimera (Lecce), dove a pasquetta si svolge il rito propiziatorio legato alla fertilità: l'attraversamento della pietra forata.

Il patto di fidanzamento era suggellato dagli anelli.
Vito Petrucci e Mario Boero scrivono che «in Toscana l’anello di fidanzamento era detto “anello celato”; quello di matrimonio “anello scoperto”».
Non è facile ricostruire i percorsi storici di quella categoria che può essere ricondotta al termine di "fidanzamento" (o, con specifico riferimento al mondo latino e in parte al mondo ebraico, di sponsali/sponsalia). Quasi ovunque, nei limiti in cui ne è stata conservata memoria, al matrimonio si è giunti attraverso un "rito di passaggio" che ha assunto, nelle diverse epoche e nelle varie culture, forme alquanto diverse: dalla presentazione alla famiglia d’origine del "pretendente" o della "promessa sposa" allo scambio di regali e di doni aventi un forte significato simbolico, alla stipulazione di veri e propri "contratti nuziali", aventi come oggetto la trasmissione dei beni da un nucleo familiare all’altro, spesso nella forma, a lungo persistita in Occidente, della "dote".
Sotto questo profilo, l’evoluzione della categoria di "fidanzamento" può essere riassuntivamente così formulata: l’età moderna, e più specificamente gli ultimi due secoli della storia dell’Occidente, sono caratterizzati – con una netta presa di distanza da quanto era avvenuto nelle precedenti fasi della storia – dal venir meno di ogni forma di rito di passaggio, e dunque dall’abolizione di qualsiasi forma pubblica e solenne di impegno antecedente il matrimonio. Rimangono, certo, alcuni "rituali", alcune usanze e consuetudini; ma solo su un piano informale e non impegnativo. L’elemento discriminante è ormai divenuto il matrimonio: tra la fase di stato libero e quella dello stato matrimoniale non intercorrono più riti o momenti di passaggio. Una transizione che in passato avveniva in due tappe – fidanzamento prima, matrimonio poi –, avviene ormai soltanto in una tappa. È, questa, una delle più significative novità del matrimonio moderno rispetto al matrimonio del passato.
Motivare l’affermazione testé fatta imporrebbe una rivisitazione dei riti matrimoniali caratteristici delle varie età e dei diversi popoli. Basterà rilevare che, in passato, pressoché tutte le culture conoscevano, e in parte conoscono ancora, un rito di passaggio.
Limitatamente alla storia dell’Occidente, e agli usi del mondo ebraico da una parte e romano dall’altra (sono infatti queste le due culture che hanno maggiormente inciso sul matrimonio nei Paesi di tradizione cristiana), si deve rilevare che entrambi conoscono, e talora con sorprendenti analogie nonostante la profonda diversità dei rispettivi contesti, una forma preliminare e intermedia di impegno, vista come fase preparatoria del successivo matrimonio. Sono appunto gli "sponsali" di cui restano abbondanti tracce nei libri della Bibbia (emblematico il "fidanzamento" di Giuseppe e di Maria) e nel più antico diritto romano.
Il matrimonio, in questa prospettiva, non è mai considerato una scelta individuale dei nubendi ma un fatto sociale, o più propriamente una scelta familiare che coinvolge l’una e l’altra famiglia dei futuri sposi. Essi non sono mai del tutto liberi nelle loro scelte matrimoniali, che anzi sono spesso condizionate, e talora imposte, dai rispettivi gruppi familiari. Del resto, soprattutto negli strati più elevati della società, le strategie matrimoniali sono funzionali alla trasmissione del nome (e spesso del potere legato al nome) e soprattutto dei patrimoni. Grazie a essi si contraggono, o si sciolgono e si cambiano, le alleanze fra i diversi gruppi e strati sociali, talora fra diverse etnie; in funzione di essi, i patrimoni – e soprattutto i possedimenti terrieri – vengono ora accorpati ora spezzettati, con effetti decisivi sull’assetto complessivo della società: si potrebbe affermare, sotto questo punto di vista, che i matrimoni e le questioni connesse con la discendenza decidono il futuro politico ed economico di una comunità. Essa ne ha piena consapevolezza, e non consente che il suo destino sia deciso da libere scelte individuali, fondate sulla reciproca simpatia o sull’attrazione erotica. Non sono mancate, a questa regola, delle eccezioni, ma si tratta, appunto, di eccezioni.
Questa particolare caratterizzazione del fidanzamento, o degli "sponsali", pone implicitamente in rilievo anche i limiti delle ricostruzioni storiche che sono state fatte di questo istituto, in particolare attraverso i documenti letterari del passato e, a partire dal Medioevo in Occidente, dai documenti notarili spesso conservati con attenta cura, il cui studio consente appunto di ricostruire per una lunga serie di secoli le usanze matrimoniali. Un limite acquista, però, un evidente rilievo: il fatto, cioè, che fidanzamento e sponsali – almeno nella misura in cui di essi è rimasta memoria – riguardano in generale le classi elevate della società, quelle alle quali si riferisce la maggior parte dei materiali documentari di cui disponiamo.
Poco o nulla si sa, invece, degli usi matrimoniali della gente comune, dei liberti e dei contadini dell’antica Roma, dei servi della gleba o degli artigiani delle città medievali, i cui matrimoni non coinvolgevano né questioni di potere né problemi patrimoniali, e dei quali non è rimasta sostanzialmente traccia. Da molti segni, tuttavia – e in particolare dall’elevato numero di coloro che venivano chiamati "illegittimi" in quanto figli di genitori non formalmente sposati –, appare che prevalesse spesso un "matrimonio di fatto", senza particolari ritualizzazioni (ma, in genere, con il consenso delle famiglie di origine e con una continuata coabitazione) e dunque senza specifiche forme di "fidanzamento" o di "sponsali".
Il fare passare queste convivenze di fatto a matrimoni formalizzati, per effetto del consenso pronunziato di fronte a un testimone qualificato (dapprima il capo-famiglia, indi il sacerdote), sarà una delle grandi imprese alle quali la Chiesa cattolica si dedicherà a partire dal Concilio di Trento, riuscendo solo lentamente e faticosamente a imporre e a generalizzare la forma pubblica del matrimonio e a darle rilevanza ufficiale attraverso il registro dei matrimoni, ancora oggi – essendo stati molti di questi registri conservati – fonte documentaria di grandissima importanza per la ricostruzione degli usi matrimoniali.
L’istituto degli "sponsali", e cioè di una pubblica, e spesso sanzionata da un atto notarile, promessa di matrimonio, con l’assunzione delle conseguenti responsabilità, e con gli effetti anche patrimoniali legati a questa scelta, conosce una profonda crisi alle soglie dell’età moderna, essenzialmente per due ragioni.
La prima ragione è rappresentata dal progressivo venir meno della capacità delle famiglie di predeterminare, o comunque di condizionare, le scelte matrimoniali dei figli. Gli "sponsali" erano di fatto assai più l’espressione della volontà dei gruppi familiari, i quali non esitavano a impegnare per il futuro anche ragazzi appena adolescenti o addirittura bambini, che non dei diretti interessati, i quali spesso subivano l’imposizione delle rispettive famiglie, le quali si avvalevano della potente arma di ricatto rappresentata dal rifiuto del sostegno economico legato al mancato consenso (si trattava dei figli e delle figlie diseredati e alla fine rifiutati dalle loro famiglie per effetto di scelte matrimoniali non condivise).
Allorché, con l’irruzione in Occidente della cultura dell’amor romantico, per definizione "amore libero", l’influenza delle famiglie di origine in ordine alle scelte matrimoniali si è andata progressivamente indebolendo, il rito del passaggio rappresentato dagli sponsali o dal "fidanzamento" ufficiali ha perduto sempre più rilevanza ed è rimasto, al più, come mera comunicazione o informazione nei confronti dei gruppi parentali dei nubendi, della loro personale e insindacabile decisione di sposarsi.
Nello stesso tempo, a mano a mano che la libertà del consenso tipica della cultura romantica si estendeva alle diverse classi sociali (meno interessate dell’aristocrazia e della borghesia alle questioni patrimoniali connesse con le scelte matrimoniali), venivano meno le condizioni di base della formalizzazione delle scelte matrimoniali ed esse assumevano il tono e il carattere dell’ufficialità solo nel momento conclusivo, la celebrazione del matrimonio, la quale rimaneva, e rimane, un atto pubblico, mentre ciò che precede il matrimonio (l’incontrarsi, l’amarsi, lo scegliersi) rimane un fatto privato.
La seconda ragione della crisi è rappresentata dalla crescente diffidenza che la Chiesa (ma, in generale, anche dopo la Riforma protestante, le Chiese) ha mostrato nei confronti degli "sponsali" per l’equivoco di fondo che li caratterizzava. Essi erano un quasi-matrimonio, una solenne promessa di matrimonio anche pubblicamente sanzionata; ma non erano matrimonio. Ora avveniva sempre più spesso (e il caso non era stato infrequente né nell’antica Israele né nell’antica Roma) che gli "sponsali" venissero di fatto interpretati come un vero e proprio matrimonio e dessero luogo a un esercizio della sessualità che la Chiesa continuava a considerare "illegittimo" perché non matrimoniale, ma che il costume dominante reputava invece legittimo, o almeno tollerabile: le ricostruzioni della storia della famiglia occidentale segnalano frequentissimi casi di coabitazioni successive agli "sponsali" e precedenti il matrimonio; al punto che il matrimonio veniva spesso celebrato quando almeno un figlio era già nato (e ciò spiega l’alto numero di "illegittimi" nella società medievale e moderna: "illegittimi" in base alle regole della Chiesa, ma non sempre nel vissuto comune).
Di qui la crescente presa di distanza della Chiesa dall’istituto degli "sponsali" e la progressiva attenuazione del loro carattere di impegno pubblico: con il passaggio, dunque, dalla categoria "forte" di "sponsali" a quella assai più debole di fidanzamento, che stava a indicare pur sempre un impegno pubblico, ma un impegno meno rituale e formale di quello che veniva assunto, spesso con atto notarile o comunque con documento pubblico, negli antichi e tradizionali "sponsali".
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laura
laura

January 31st, 2011, 9:39 pm #2

Salve,

volevo sapere se la fede nuziale nel Medioevo e Rinascimento era da considerarsi un "presito" da parte del marito, come avveniva per i vestiti che dava alla moglie. In alcuni libri infatti si evidenzia che il marito solo con un atto notarile ufficiale poteva intestare indumenti e gioielli alla moglie e se questo non veniva fatto, la moglie non poteva considerarsi legittima proprietaria degli oggetti. Questo valeva anche per la fede nuziale e/o anello di fidanzamento?

grazie per la delucidazione
Laura
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